Riflessioni sul Comunismo

Il 21 febbraio di 171 anni fa veniva pubblicato a Londra Il Manifesto del Partito Comunista, scritto a quattro mani da Karl Marx e Friedrich Engels. L’opera ha costituito per più di un secolo la Magna Charta dei grandi movimenti socialisti e comunisti del secolo scorso, parlamentari e non. Sebbene gran parte delle previsioni marxiane non si possano definire realizzate, è inevitabile riconoscere la modernità del Manifesto e la semplicità con cui i principi teorici presenti al suo interno possano essere adattati ad una società contemporanea. Non a caso il marxismo svolge tutt’ora un ruolo totemico negli studi sociologici, economici e politologici. La profezia basata sulla sicurezza quasi scientifica dell’avvenire di una società egualitaria e priva di stratificazione sociale è solo uno degli elementi che suscita nel lettore fascino ed interesse. Tuttavia ciò che viene maggiormente riconosciuto a Marx non è la previsione dell’avvento di un sistema comunista (in quanto priva di un assetto teorico che ne descriva le caratteristiche) ma il suo tentativo di dare un senso alla storia dell’uomo, all’ideologia, alla religione ed alla nozione di classe. Inoltre, così come fece Weber qualche decennio dopo di lui, Marx volle individuare le origini del capitalismo, sistema che ancora oggi regola la nostra capacità di produrre e consumare. Benché l’analisi del metodo di produzione capitalistico sia l’oggetto di un’altra sua altrettanto nota opera, Il Capitale, è ne Il Manifesto del Partito Comunista che egli presenta la nota teoria del materialismo dialettico, in cui il filosofo tedesco riconosce come fattore comune della storia lo scontro tra classi dominanti e dominate. Tale base teorica è capace di generare sempre nuovi orizzonti interpretativi sul rapporto ancora esistente tra chi detiene il potere e chi in qualche modo lo subisce. 

Lanciamo una riflessione sul comunismo, approfittando di questo anniversario. Oggi, in Italia, l’aggettivo comunista viene spesso attribuito con valore negativo, per indicare qualcuno dall’aria trasandata o con atteggiamenti di pseudo-sinistra e liberali nei confronti dei diritti civili. Altre volte invece segnala dei nostalgici dei moti rivoluzionari del 68’ e qualche vecchio iscritto al partito comunista, oramai capaci solo di esacerbare e confondere con i loro “pipponi”. Il valore della parola dunque, nel linguaggio comune, è stato svuotato totalmente del suo reale significato. Dunque, che cosa ha significato realmente il comunismo? 

Il comunismo del XX secolo asseriva che la classe operaia era vitale per l’economia e i pensatori comunisti cercarono di insegnare alla classe operaia come tradurre il loro immenso potere economico in potere politico. Auspicando una rivoluzione proletaria. Il problema del comunismo del XXI secolo è quanto saranno utili questi insegnamenti dal momento che le masse si stanno dirigendo verso la perdita del loro valore economico, come conseguenza della delocalizzazione e della automazione. D’ora in poi si dovrà iniziare a lottare contro inutilità e l’irriverenza piuttosto che contro lo sfruttamento. Come si organizza una rivoluzione operaia senza la classe operaia? Ovviamente si ragiona  in termini di un futuro prossimo (molto più prossimo di quello che si pensa). Il termine comunismo sta ad indicare un sistema politico ed economico basato su un potere centralizzato, non una serie di atteggiamenti vaghi e luoghi comuni. Con queste affermazioni non si intende dire che le teorie di Marx non abbiano un certo fascino e non sia tutt’oggi utili o applicabili, ma prendendo una certa distanza dal passato e rielaborandole il più possibile per affrontare i problemi dell’oggi che sono molto diversi da quelli di ieri. Gli attuali gruppi comunisti (per lo più giovanili) non hanno la più pallida idea di quello che comunismo significhi e abbia significato né tantomeno hanno una vaga idea di come affrontare il presente, si limitano a lanciarsi in proteste e manifestazioni, indossare magliette di Che Guevara, scherzare sulla storia della rivoluzione russa, sull’unione sovietica e su Mao (qualora sappiano chi sia). Il lettore non creda che si voglia fare di tutta l’erba un fascio, le eccezioni e le persone di valore ci sono sempre, ma non bisogna ignorare la reale situazione e quanto l’ignoranza dilaghi sia a destra che a sinistra, annesso che queste parole significano ancora qualcosa.

Tornando sui nostri passi la degenerazione del termine è da collocare cronologicamente con la caduta del muro di Berlino, e la caduta della narrazione comunista. Di fatto non si può definire chiaramente qualcosa che non esiste più, se non riferendosi al passato.

di Andrea Tundo e Alessandro Macculi

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