Pasolini, naufrago delle periferie


Molto ha significato l’esistenza di Pierpaolo Pasolini come  poeta, come giornalista, come regista. Di certo blandi titoli non bastono per coglierne l’essenza. Uomo in perenne conflitto con la sua epoca di cambiamento, egli ha lanciato grida d’allarme che forse nessuno ha mai realmente ascoltato, ma l’eco delle sue parole rimane perpetuo.Ora quest’articolo non intende in alcun modo elogiare Pasolini come un eroe  sconfitto da un sistema malato, né tanto meno soffermarci sulle qualità della sue opere (cosa che lasciamo ai circoli accademici) oppure su quanto la storia lo abbia giustamente o ingiustamente premiato. Quello che che si proverà a fare è tentare di dare i mezzi necessari per approcciare alla figura turbolenta e fuori dalli schemi di un uomo come Pasolini. Quand’anche qualcuno si ritenesse un profondo esperto della questione e creda di avere una sorta di speciale legame con il poeta, lo si invita ugualmente a continuare a leggere.


Pasolini critica il pensiero di gruppo e l’ignoranza individuale che affligge tutti, non solo i comuni elettori, i comuni clienti, i comuni borghesi ma anche i presidenti, gli amministratori, i detentori del potere. I primi  distaccati dalla realtà effettiva, i secondi attaccati alla loro piccola realtà, convinti di sapere già tutto, mentre egli passò tutta la vita a tentare di comprendere qualcosa. Pasolini nelle sue lunghe lettere (luterane e corsare) condanna intere generazioni, dalle classi dirigenti ai semplici impiegati, non per una malvagità implicita, ma per non tentare di analizzare a fondo le situazioni, per la superficialità, l’indifferenza, salvando conseguentemente coloro i quali solo i veri succubi di tutto questo, i sottoproletari. Condanna anche noi, i figli delle generazioni successive, costretti a pagare le colpe dei padri, deformati e deteriorati da una realtà che non possiamo comprendere. A lungo andare il pensiero pasoliniano si fa ambiguo, idealista, difficile da comprendere, così lontano. Proprio per questo è giusto fermarsi qui per prendere quello che sembra essere la vera lezione dataci dalla vita di Pasolini, fuori da contesti storici e culturali, presente “ab illo tempore”, ovvero che per comprendere realmente le cose bisogna avere il privilegio di perder tempo, bisogna poter sperimentare percorsi improduttivi, incappare in vicoli ciechi, lasciare spazio a dubbi, scontrarsi con la solitudine. Il potere viceversa distorce la realtà, è rivolto più al cambiamento di essa piuttosto che a vederla così com’è. E’ come avere un martello tra le mani, ogni cosa assomiglia a un chiodo.  Se si vuole realmente comprendere qualcosa invece, bisogna allontanarsi dal potere e da tutto quello che è una rincorsa verso esso e permettersi di vagare nella lontana periferia del sistema, esattamente come fece Pasolini. All’interno della quale è possibile trovare brillanti intuizioni, ma anche ipotesi sballate, idee impossibili e ridicole teorie. La conoscenza rivoluzionaria di rado viene prodotta al centro del sistema, poiché si basa sul mantenimento del potere e sul consolidamento di conoscenze e gerarchie.


Non si tiene ad aggiungere nient’altro, neanche un minimo accenno sulla sua morte, ancora così misteriosa, che meriterebbe uno spazio a parte.Semplicemente, come è nello spirito di parolAperta, domandiamo: Rimanere al centro del potere e avere una visione distorta? Oppure avventurarsi ai margini, perdendo il nostro tempo, avvicinandosi ad una verità che muta costantemente?


Di Andrea Tundo

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