Tommy Robinson e il paradosso di Popper

Volendo fare i catastrofici si può paragonare l’ondata populista e nazionalista che sta attraversando il mondo intero con la narrazione fascista che attraversò l’Europa quasi un secolo fa. Si parla di catastrofismo poiché chiunque in possesso di una coscienza critica può affermare che la Seconda Guerra Mondiale fu la tragica conseguenza di quelle politiche nazionaliste messe in atto dai leader del mondo intero: Salazar, Mussolini, Franco, Hitler. E a proposito di quest’ultimo, sappiamo dire con certezza quale suo metodo fu più efficace: mettere in atto un vero e proprio lavaggio del cervello alla popolazione tedesca, che in grandissima parte abbracciò le tesi naziste, grazie ad un libro. È infatti col Mein Kampf (“La mia battaglia”) che Adolf Hitler dichiara i suoi intenti di costituire un Nuovo Ordine (in tedesco Neuordnung) fondato su quei principi che lo renderanno tristemente noto agli occhi della Storia: socialismo di stampo nazionalista (di fatto un’ideologia razzista fondata su una gerarchia autoritaria), militarismo e antisemitismo. Poste queste basi è lecito porsi una domanda: nel modello liberale di società cui siamo abituati dopo la caduta del comunismo del 1989 è giusto bandire un libro per la sua istigazione all’odio razziale? In altre parole, è giusto limitare la libertà di parola a chi la usa per veicolare messaggi violenti? Per dare una risposta possiamo fare le dovute riflessioni su un recente caso di attualità che vede come protagonista l’inglese Stephen Christopher Yaxley-Lennon. Chi è costui? Conosciuto ai più con lo pseudonimo di Tommy Robinson (nome usato da lui stesso nei suoi profili social) è un militante di estrema destra attivo nel Regno Unito, fondatore di un movimento di estrema destra chiamato English Defence League, il quale concepisce l’intera religione musulmana come una minaccia per la Gran Bretagna. Robinson ha numerose condanne e processi alle spalle, accuratamente riportati nella pagina Wikipedia in inglese a lui dedicata: tra le altre cose, è stato accusato e condannato per aggressione, frode, reati di droga e di ordine pubblico. Recentemente ha pubblicato un libro, chiamato Mohammed’s Koran: Why Muslims Kill for Islam (“Il Corano di Maometto: perché i musulmani uccidono per l’Islam”), un testo fortemente controverso, la cui vendita è stata bandita da Amazon, principale mezzo di diffusione scelto dallo stesso Robinson. Non sarebbe la prima volta che un sito online decide di censurare i contenuti dell’attivista inglese: anche Facebook e Twitter hanno optato per il ban nei confronti dell’autore, i cui contenuti, più che essere una critica alla religione musulmana finiscono per essere un vero e proprio attacco nei confronti della stessa, spesso corredato da incitazioni alla violenza contro i musulmani. Solo Youtube ha preso le difese di Robinson, lasciando aperto il suo canale in virtù del fatto che i contenuti da lui pubblicati sulla piattaforma sono ben diversi da quelli che lo hanno portato al ban sugli altri social media. Tralasciando i toni effettivi e i contenuti del libro di Robinson – dando comunque per scontato che siano caratterizzati da una forte violenza verbale, come dichiarano Facebook e Amazon, e da argomentazioni povere e parziali, come dichiarano alcuni critici – resta da chiedersi se un libro del genere possa essere lasciato in circolazione e possa essere letto da chiunque abbia soldi da spendere per esso. Karl Popper definisce nel 1945 il “paradosso della tolleranza”, forse una delle più grandi sfide degli ultimi tempi del liberalismo: dovrebbe essere una società tollerante (come quella liberale) intollerante nei confronti degli intolleranti? Se sì, cesserebbe di essere tollerante, quindi liberale; se no, lascerebbe proliferare ideologie pericolose che minaccerebbero la tolleranza della società stessa arrivando a imporre modelli intolleranti. Una parziale risposta è insita nel concetto di liberalismo stesso. Supponendo che uno stato liberale come il Regno Unito non debba dimostrarsi intollerante nei confronti degli intolleranti limitando la loro libertà di espressione, nulla vieta ad aziende come Amazon, Facebook e Twitter di farlo. Esse, infatti, vincolano gli utenti a contratti e condizioni d’uso che spesso vengono ignorate dagli iscritti del sito stesso, i quali generalmente si limitano a spuntare una casella che ne chiede la presa visione: queste condizioni d’uso prevedono tra le altre cose l’adozione di “misure idonee (ad es. offrendo aiuto, rimuovendo i contenuti, bloccando l’accesso a determinate funzioni, disabilitando un account o contattando le forze dell’ordine) in caso di segnalazione di contenuti o condotte dannose” (citando le Condizioni d’uso di Facebook).

A sancire cosa è dannoso e cosa no sono gli stessi utenti, la loro sensibilità, gli algoritmi di Facebook e… Il mercato. Non scordiamo, infatti, che grossi social devono grande parte del loro fatturato alle inserzioni di investitori esterni al sito, che non hanno intenzione di inserire i loro banner pubblicitari su pagine che incitano all’odio per preservare la loro immagine. Nel 2017 Youtube affrontò una grave crisi, denominata Adpocalypse (parola composta da ad, termine usato per indicare i banner pubblicitari, e apocalypse, apocalisse) che portò ad una spaventosa demonetizzazione di tanti contenuti dovuta al fatto che gli investitori, dopo aver appreso che le loro pubblicità erano comparse su video dal contenuto controverso, avevano deciso di non investire ulteriormente sulla piattaforma. È dunque per esigenze di mercato, e non esigenze politiche o ideologiche, che i mass media sono costretti a dover bandire e censurare alcuni contenuti ritenuti controversi: un ragionamento forse figlio di un capitalismo eccessivamente materialista e spregiudicato, ma che sembra funzionare come limite al proliferare di idee potenzialmente pericolose. Robinson, almeno sul piano teorico, non dovrebbe avere grossi problemi a stampare da sé la sua opera e diffonderla con mezzi propri (ovviamente qualora decidesse di agire nel rispetto delle norme legislative ed economiche del Regno Unito, come dichiara di fare con la sua opera), ma è ovviamente chiaro che non potrebbe contare sullo stesso pubblico che avrebbe ottenuto con la vendita su Amazon. Rimane da chiedersi se questo sia un metodo buono o accettabile. Se una politica liberale non può e non deve censurare, può e deve farlo il mercato con le sue leggi? Può il nostro diritto di parola essere vincolato alle direttive aziendali delle multinazionali di cui ci serviamo continuamente per diffondere le nostre idee? Il paradosso di Popper ci apre prospettive inquietanti sul futuro e su un’eventuale degenerazione del liberalismo, da cui dobbiamo ben guardarci per la tutela stessa dei diritti che siamo abituati a definire “fondamentali”.

Fonti:

• Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici • Dailymail.co.uk, Amazon bans book on the Koran co-authored by Tommy Robinson after the EDL founder was taken off Facebook, Twitter and Instagram (https://www.dailymail.co.uk/news/article-6776721/Amazon-bans-Koran-book-authored- Tommy-Robinson-EDL-founder-taken-social-media.html)

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